Negli anni Cinquanta, nella Sicilia dei volti scavati dalla fame e dalla miseria, un uomo diede vita ad un sogno artistico memorabile. Il suo nome era
Orlando Torregrossa, ma per le strade sudice e brulicanti e i quartieri vibranti e malfamati di Palermo era noto con lo pseudonimo
Frimer.
Orlando fin da ragazzo aveva lavorato in coppia con suo padre, Ruggero, come trapezista per un circo parigino di “uomini volanti” ma il suo sogno era quello di rientrare nella sua Palermo e fondare un circo tutto suo.

Rimase a Parigi fino al 1935, anno in cui fu richiamato in patria per partecipare alla guerra in Etiopia. Finito l’atroce e insensato conflitto non tornò subito in Italia. Si era invaghito di una bellissima giovane etiope che lo trattenne in quella splendida terra. Si pensò così che fosse morto. Quando finalmente rientrò in patria (in Campania), trovò un’amara sorpresa: un altro uomo aveva preso il suo posto accanto a
Elba Zavatta, la donna circense che gli aveva dato le sue prime figlie,
Pupetta e
Tindara.
Impassibile e fortemente determinato, Orlando tornò a Palermo (1950/51) e fondò il suo
Circo Frimer. Fu un pioniere: era il primo circo nato in Sicilia mentre gli altri formatesi negli anni appena successivi -come lo
Zopis, il
Bizzarro, o l'
Arata- erano più piccoli e proponevano poche produzioni artistiche.

Il Frimer si distingueva per la variegata struttura dei suoi spettacoli. Nel suo tendone da centocinquanta posti si alternavano i numeri circensi classici, spettacoli teatrali (i celebri bozzetti come “Cavalleria Rusticana” e “Catene”), musica, danza, cabaret.
Il cuore pulsante del Frimer era la sua grande famiglia allargata, un compagnia di
dritti (circensi di nascita) che viveva, lavorava, condivideva gioia e dolori sotto lo stesso tendone.
Al fianco del fondatore, c’era la nuova compagna
Angelina Alfano, anch'essa siciliana e di antica stirpe circense, che si occupava di ammaestrare i cani da portare in scena. Insieme crebbero le figlie di Orlando avute da Elba (
Pupetta -ballerina, contorsionista e cantante- e la sfortunata
Tinny o
Tindara -contorsionista, morta giovanissima per un problema cardiaco-) e i cinque figli che Angelina aveva avuto da un precedente matrimonio, ora tutti Frimer.
Cresciuti tra la segatura della pista, ognuno di loro portava sulla scena un pezzo insostituibile della magia del circo. C’era l’intrepida
Tania, coraggiosa cavallerizza e attrice nei bozzetti teatrali. Il suo destino, però, la chiamava oltre le carovane: abbandonò la polvere del circo e le luci della ribalta per sposare un giornalista a
Cianciana (provincia di Agrigento) di cui si era perdutamente innamorata.
C’era la sfortunata e gloriosa
Mariuccia, una trapezista e attrice di talento sopraffino. Un giorno, eseguendo un difficile numero di equilibrismo sulla sedia a più di dieci metri di altezza, il destino le si voltò contro. Cadde. La violenza dell'impatto col palco le spezzò il collo e la costrinse per lungo tempo all’immobilità. Le conseguenze furono troppo gravi per permetterle di tornare a volteggiare, ma non lasciò la pista: divenne la presentatrice dello spettacolo.
Il maggiore, il pilastro della famiglia, era
Carlo. Acrobata, ma soprattutto la spalla del grande clown Frimer. Il suo ruolo non si limitò alla pista: era l’erede naturale.
Accanto a Carlo, l’acrobata prodigioso era
Mimmo. Con una leggerezza quasi irreale, compiva l’impresa più ambita e rischiosa: il triplo salto mortale. Ma quando non volava, Mimmo indossava il trucco e la parrucca, trasformandosi nel clown
Tony.
E infine, c'era
Piero, il cui nome d’arte era un omaggio al grande schermo. Orlando Frimer, innamorato del cinema e in particolare di Totò e della sua pellicola del 1950, “
47 morto che parla”, decise che il figlio sarebbe stato il clown “
Quarantasette”. Ogni sua entrata in scena era un piccolo omaggio al grande principe della risata, un contrasto giocoso tra l’antica arte circense e il nascente mito cinematografico.
Dall’amore tra Orlando e Angelina nacque
Ruggero, che da piccolo entrava in scena come clown
Piripicchio. Ruggero, contravvenendo al divieto della madre, onorò segretamente la sorella Mariuccia imparando e riportando in scena l'esercizio di trapezio ed equilibrismo che l'aveva fatta cadere. Dopo averlo visto esibirsi perfettamente, Angelina lo abbracciò, dicendogli con le lacrime agli occhi: “Sei stato bravissimo, ma non ti guarderò mai più mentre eseguirai questo numero”.
Nando Torregrossa, nipote di Orlando (figliastro di Pupetta), racconta che “lo spettacolo era arricchito anche da uno zoo casalingo: cavalli con cui si esibivano Frimer e Tania; i cani ammaestrati di Angelina; la dispettosa scimmia Frù-Frù, che faceva un numero ironico a cavallo; i due orsi che Frimer aveva comprato a Roma”.
Nei quartieri popolari di Palermo – Corso Tukory (dove per anni un muro riportava la scritta "Viva Frimer"), Papireto, Zisa, Borgo Vecchio, Kalsa – il Frimer non era solo un circo ma un evento atteso e rispettato. Orlando Torregrossa sapeva parlare alla gente, offriva i suoi biglietti gratuiti e spesso si faceva carico delle loro piccole problematiche, donando somme di denaro. Era un amico prima che un artista.
Il circo era anche un trampolino di lancio per talenti, anche per quelli che nel gergo circense vengono definiti
contrasto (chi non proveniva da una famiglia circense). Tra questi, un giovane e povero
posteggiato (artista di strada) di nome
Franco Franchi. Si esibiva negli angoli più popolari di Palermo come al Papireto, in via Roma (davanti al cinema Finocchiaro), in Piazza Bellini. Il suo repertorio era fatto di espressioni tipiche dell'arte popolare siciliana: si esibiva come pupo siciliano, faceva il morto (simulando una catalessi o una morte teatrale) e la gallina (imitandone il verso e i movimenti).
Una sera convinse Frimer ad assumerlo -un'eccezione, dato che i posteggiati erano considerati di livello inferiore rispetto ai circensi-. Quando Franchi debuttò, Frimer lo presentò con enfasi ironica ma profetica: “Questo artista farà tanta strada, non so se la farà a piedi!”
L'esperienza al Circo Frimer fu per Franco Franchi un passaggio cruciale, un vero e proprio apprendistato che affinò i suoi tempi comici e la sua capacità di interagire con il pubblico, preparandolo per il grande successo che lo attendeva.
Il Circo Frimer non portava la sua carovana di sogni solo nei quartieri popolari di Palermo, ma anche nei paesi dell’entroterra siciliano. In queste piccole realtà, dove il televisore era un lusso per pochissimi, il Frimer era visto come un faro di arte, cultura, divertimento e i circensi erano stelle considerati alla stregua degli attori del cinema. Per i giovani conoscere e chiacchierare con uno/una di loro era un evento emozionante. Si creavano, cosi, amicizie e, sebbene la morale dell’epoca rendesse gli approcci amorosi difficili, l’attrazione verso i circensi, simbolo di libertà, forza e talento, era molto forte.
A
Polizzi Generosa, ad esempio, piccolo paese situato sulle alte Madonie, il circo Frimer ha lasciato un segno profondo e Orlando Frimer era una vera celebrità.
Ruggero Torregrossa, figlio di Orlando, ricordando gli stanziamenti del Frimer a Polizzi afferma: “Le prime sere a Polizzi Generosa, così come in tutti gli altri paesi limitrofi, venivano a vedere gli spettacoli solo uomini, in attesa di capire se lo spettacolo fosse sconcio. Frimer li rassicurava con il suo motto finale: Portate le vostre famiglie, siamo una famiglia anche noi! L'indomani il tendone si riempiva di madri e bambini. Il biglietto per le gradinate costava 100 lire, 150 per i posti centrali. Nei paesi come Polizzi, l’accoglienza era un’esperienza commovente. La gente non si limitava a comprare il biglietto: aprivano le loro porte. I circensi venivano ospitati nelle case, invitati a pranzo o a cena, e sempre gli veniva offerto qualcosa al bar.”
Ancora oggi, a Polizzi Generosa, si parla del Frimer. Le persone anziane, che da bambini o giovani hanno assistito ai loro spettacoli, ricordano la maestria degli acrobati, la bellezza di Tania a cavallo e l'energia contagiosa di Frimer.
Gandolfo Schimmenti, archivio storico vivente di Polizzi, racconta: “Orlando Frimer era la stella indiscussa del circo, ma le sue figlie erano le muse che incantavano il pubblico. E tra loro Pupetta brillava di una luce particolare. Pupetta era molto bella. Ballava, cantava ed eseguiva numeri di contorsionismo. Noi ragazzi sognavamo i suoi occhi.”
Uno degli sketch più celebri di Frimer era incentrato sul tempismo comico. “Durante le zuffe o i momenti di stizza farsesca -continua
Gandolfo Schimmenti-, Frimer si preparava per uno schiaffone che, accompagnato da un fischio, andava però a vuoto. Il clown allora si fermava, sgranava gli occhi ed esclamava: Liscio! Ancora oggi a Polizzi quando un’azione non va a buon fine, quando un tentativo fallisce si usa questa espressione.” Quel Liscio si è radicato nel cuore dei paesani ed è diventato un eredità linguistica.
Purtroppo, i sogni non sono eterni e anche la magia del Frimer non durò a lungo. Orlando Frimer si innamorò e seguì un’altra donna della famiglia circense dei Perretti da cui ebbe due figli (entrambi diverranno circensi). Nonostante la guida del primogenito Carlo, la famiglia iniziò a disperdersi. I componenti cercarono fortuna in circhi più grandi come il
Circo Città di Roma e l'
Orfei.
Orlando Frimer, malato di tumore, si ritirò nei pressi di Roma dove morì a 70 anni. Accudito da sua figlia Pupetta e dai nipoti. L'eredità del Frimer è continuata non solo nelle piste degli chapiteau ma soprattutto nel cuore della sua gente.
Vincenzo Tumminello