La grazia

Pubblicato il 10/01/2026

La grazia

Nel suo ultimo tratto di presidenza, Mariano De Santis attraversa una stagione sospesa, segnata dall’ingresso nel semestre bianco e da una solitudine che ha il volto dell’assenza. Rimasto vedovo da anni, uomo di rigorosa formazione cattolica e giurista di riconosciuto prestigio, vive una quotidianità scandita dal ruolo istituzionale e da un’intimità fragile, sorvegliata dall’affetto premuroso della figlia Dorotea, mentre il figlio Riccardo conduce la propria vita lontano, oltre l’oceano. È in questa fase conclusiva del mandato che De Santis scopre anche l’etichetta pubblica che lo definisce – “Cemento armato” – soprannome che sintetizza la sua immagine di inflessibilità e controllo.

Ma la corazza dell’uomo delle istituzioni si incrina di fronte a scelte che nessuna procedura può rendere neutre. Due richieste di grazia – una legata a una lunga storia di violenza domestica, l’altra al dramma di una malattia irreversibile – e il nodo irrisolto della legge sul fine vita lo costringono a un confronto serrato con i propri valori, con la fede e con un passato che riaffiora come una presenza silenziosa ma persistente. Le decisioni da assumere diventano così lo specchio di un conflitto più profondo, in cui il diritto incontra la coscienza e il potere si misura con la fragilità umana.

È questo il cuore di La grazia, undicesimo lungometraggio di Paolo Sorrentino e settima collaborazione con Toni Servillo. Un’opera che si inserisce idealmente nel percorso più recente del regista, concentrato sul tempo che sfugge, sulla memoria e sulle occasioni mancate, più che sulla nostalgia in senso stretto. Il film costruisce una trama fatta di legami che resistono agli anni, di immagini del passato che tornano sotto forma di visioni, di presenze che non si lasciano archiviare, come quella della moglie scomparsa, figura evanescente che attraversa boschi e ricordi, sospesa tra sogno e realtà.

La macchina da presa indugia sui primi piani di Servillo, trasformando il volto del Presidente in un territorio attraversato dal tempo: negli occhi si riflettono insieme il peso delle scelte imminenti e le ferite mai rimarginate. La dimensione pubblica e quella privata non si alternano, ma si sovrappongono, richiamando altre figure di potere già esplorate dal cinema di Sorrentino, senza mai ridursi a semplice ritratto caricaturale. Anche quando il rischio del grottesco affi

ora, esso diventa parte di una più ampia galleria umana, coerente con lo sguardo del regista.

“La grazia” non racconta il rimpianto, ma la persistenza della memoria: ciò che ritorna nelle parole non dette, nei rapporti familiari, negli sguardi che cercano risposte. Il rapporto con i figli, in particolare con Dorotea, assume un rilievo centrale, dando forma a un dialogo in cui l’autorità si confronta con la vulnerabilità. Amore, desiderio, perdita e morte si intrecciano continuamente, fino a rendere indistinguibili il dolore privato e il dramma collettivo.

Il film è attraversato da un’emotività trattenuta ma costante, che trova espressione in lacrime sparse, discrete eppure insistenti, e in momenti di intensa partecipazione emotiva, come il canto corale che interrompe il silenzio e apre a una dimensione inattesa. In queste scelte si avverte un cinema che, pur restando riconoscibile, esplora nuove direzioni, affidando alla grazia – intesa come perdono, dono o sospensione del giudizio – il compito di interrogare lo spettatore fino all’ultimo fotogramma.