Un gruppo internazionale di esperti, supportato da oltre 75 associazioni mediche, ha proposto un approccio innovativo per diagnosticare l'obesità. Lo studio che è stato pubblicato su
The Lancet Diabetes & Endocrinology suggerisce di superare la dipendenza esclusiva dall'indice di massa corporea (BMI) integrandolo con misurazioni più specifiche dell'eccesso di grasso corporeo e con segnali clinici di cattiva salute. Questo nuovo modello mira a correggere le limitazioni degli attuali criteri di definizione di obesità, che spesso ostacolano un trattamento adeguato dei pazienti, e a migliorare l’approccio su come l'obesità venga considerata in ambito medico.
La questione se l'obesità sia sempre da considerare una malattia è stata al centro di un acceso dibattito. Alcuni soggetti, infatti, pur avendo un eccesso di grasso corporeo, non mostrano alterazioni organiche o problemi di salute significativi, mentre altri sviluppano gravi complicanze. Del resto, considerare l'obesità esclusivamente come un fattore di rischio può negare l'accesso a cure tempestive per chi ne ha bisogno, mentre un'eccessiva medicalizzazione rischia di portare a diagnosi errate e trattamenti non necessari, con conseguenze sia individuali che sociali.
La proposta della Commissione riconosce dunque questa complessità, promuovendo un approccio personalizzato che bilancia prevenzione e trattamento.
Nel mondo, con oltre un miliardo di persone che vivono in obesità, il nuovo modello diagnostico punta a una definizione universalmente accettata e clinicamente significativa. Geltrude Mingrone, docente presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttrice del reparto di Patologie dell’Obesità del Policlinico Gemelli, evidenzia che “
considerare l'obesità una malattia, specialmente nella sua forma clinica, aiuta a ridurre lo stigma associato a questa condizione, incoraggiando politiche sanitarie più efficaci e l’inclusione nei livelli essenziali di assistenza (LEA)”.
Il BMI, pur essendo uno strumento utile per individuare i soggetti a rischio, presenta limiti significativi perché non misura direttamente il tessuto adiposo, non ne valuta la distribuzione nel corpo e non offre informazioni dettagliate sulla salute del singolo individuo. Robert Eckel, membro della Commissione e professore presso l’Università del Colorado, sottolinea in tal senso “
come un eccesso di grasso intorno agli organi interni rappresenti un rischio maggiore rispetto al grasso sottocutaneo, anche se il BMI non riflette queste differenze”.
Per una diagnosi più precisa, la Commissione propone di integrare il BMI con altre misurazioni, come la circonferenza vita, il rapporto vita-altezza o scansioni dirette del tessuto adiposo (ad esempio tramite DEXA). In casi di BMI estremamente elevati (oltre 40 kg/m²), l'eccesso di grasso può essere considerato un dato empirico.
Il modello proposto dalla Commissione introduce due nuove classificazioni:
- Obesità clinica: definita dalla presenza di segni o sintomi di disfunzioni organiche causate dal grasso corporeo in eccesso. Questa condizione può manifestarsi con problemi respiratori, insufficienza cardiaca, dolori articolari o altre disfunzioni sistemiche. La Commissione ha identificato 18 criteri diagnostici per gli adulti e 13 per bambini e adolescenti.
- Obesità pre-clinica: caratterizzata da un eccesso di grasso corporeo senza danni organici evidenti, ma con un aumento del rischio di sviluppare patologie croniche in futuro, come diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari o tumori.
La riformulazione della definizione di obesità mira comunque a garantire che ogni paziente riceva cure appropriate e individualizzate. Le persone con obesità clinica dovrebbero accedere a trattamenti tempestivi per ripristinare le funzionalità corporee compromesse, mentre chi vive con obesità pre-clinica necessita di interventi preventivi per ridurre il rischio di complicanze. Questo approccio personalizzato consentirebbe un miglior utilizzo delle risorse sanitarie, una gestione più efficace ed una migliore prevenzione a lungo termine.
Vincenzo Gargano