Quel 25 novembre che spezzò due vite: la tragedia del liceo Meli che cambiò la coscienza di Palermo
Pubblicato il 24/11/2025
Quarant’anni fa, il 25 novembre 1985, un tragico incidente davanti alla fermata dell’autobus di via Libertà segnò profondamente la coscienza di una città. L’Alfetta dei Carabinieri incaricata di scortare i magistrati Paolo Borsellino e Leonardo Guarnotta perse il controllo dopo un impatto all’incrocio e si schiantò contro un gruppo di studenti del liceo classico Meli in attesa del bus. In pochi secondi, una scena di normale quotidianità si trasformò in un dramma irreparabile, segnando profondamente una generazione.
Il rombo delle sirene lasciò spazio a un silenzio raggelante, subito spezzato dalle grida dei feriti – ventitré in tutto – e dal panico dei militari, convinti inizialmente di essere finiti in un attentato. Tra le vittime, due adolescenti: Biagio Siciliano, 14 anni, e Giuditta Milella, 17. La loro perdita colpì una città già segnata dagli omicidi eccellenti di quegli anni e rese evidente a tutti che la lotta alla mafia non era solo un confronto tra istituzioni e criminalità organizzata, ma una vera guerra che coinvolgeva l’intera collettività. Una città intera così scoprì il prezzo altissimo della guerra alla mafia.
La dinamica fu subito ricostruita: l’auto di scorta procedeva ad alta velocità in un contesto cittadino blindato e teso, dopo mesi segnati dagli assassinii del commissario Montana, del vicequestore Cassarà e dell’agente Antiochia. Le vetture delle forze dell’ordine, costantemente sotto minaccia, percorrevano la città in un clima di emergenza permanente.
Dopo l’accaduto, sconvolti e arrabbiati, gli studenti del Meli si riunirono subito in un’assemblea. La rabbia rischiò di trasformarsi in protesta violenta, ma prevalse la lucidità: Biagio e Giuditta non erano vittime dello Stato, ma del clima soffocante imposto da Cosa nostra, che aveva costretto Palermo a vivere sotto assedio e tensione con misure straordinarie. Da quella consapevolezza nacque una mobilitazione giovanile che sarebbe stata una delle radici della futura “primavera di Palermo”, il periodo in cui la società civile scelse apertamente di sostenere magistrati e forze dell’ordine.
Il dolore delle famiglie rimase immenso. I loro genitori, oggi scomparsi, custodirono per anni ricordi e materiali, mentre Paolo Borsellino stesso visse con un profondo senso di colpa per una tragedia che non aveva potuto evitare.
Oggi una targa in via Libertà ricorda Biagio e Giuditta. La fermata del bus non accoglie più gli studenti del Meli, e al posto della scuola sorge una banca. Eppure, ancora oggi, per chi passa da quella fermata, la memoria resta viva: è impossibile non volgere lo sguardo a quell'angolo di strada e non sentire, almeno per un istante, l’eco delle risate e delle speranze di due ragazzi che avrebbero dovuto e voluto vivere la loro vita in una città “normale".
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