Una riduzione della spesa farmaceutica territoriale superiore ai 25 milioni di euro in un solo anno. È questo il cuore del decreto assessoriale n. 373 del 30 marzo 2026, con cui la Regione Siciliana punta a contenere i costi dei farmaci prescritti sul territorio, portando il budget complessivo da circa 410 milioni di euro nel 2026 a poco più di 385 milioni nel 2027.
Una manovra presentata come strumento di razionalizzazione e controllo dei conti sanitari, ma che sta già provocando forti tensioni tra i medici di medicina generale.
Il timore, infatti, è che la ricerca del risparmio finisca per trasformarsi in una pressione diretta sulle prescrizioni, con il rischio di colpire proprio i pazienti più fragili e bisognosi di cure continuative.
Il decreto interviene su settori delicatissimi della cronicità : diabete, malattie cardiovascolari, infezioni batteriche, patologie respiratorie e altri ambiti ad alta incidenza assistenziale. L’impianto costruito dalla Regione assegna alle Aziende sanitarie provinciali obiettivi economici da raggiungere, lasciando poi alle Asp il compito di tradurre quei target in indicatori operativi da applicare ai singoli medici.
In pratica, le aziende sanitarie dovranno controllare mese dopo mese l’andamento delle prescrizioni, inviare report individuali ai professionisti e intervenire in caso di scostamenti rispetto ai parametri stabiliti. Nei casi giudicati non appropriati, il percorso potrebbe arrivare anche a provvedimenti sanzionatori.
Il punto critico è proprio questo: il sistema rischia di leggere la prescrizione medica quasi esclusivamente attraverso il dato economico. Il medico di famiglia, così, non viene valutato soltanto sulla correttezza clinica delle terapie, ma anche sulla sua capacità di rientrare nei limiti di spesa fissati dall’amministrazione.
La preoccupazione dei camici bianchi riguarda soprattutto alcune categorie di farmaci ad altissimo impatto clinico. Secondo quanto emerge dalle prime indicazioni operative aziendali e dalle segnalazioni dei medici, nel calcolo degli scostamenti individuali potrebbero rientrare anche prescrizioni relative a terapie oncologiche o comunque salvavita.
Si tratta, però, in tantissimi casi, di cure decise da specialisti e centri autorizzati, sulle quali il medico di medicina generale non ha un reale potere decisionale. In molti casi, quindi, il ruolo del medico di base è quello di garantire la continuità assistenziale, assicurando al paziente la prosecuzione di un trattamento già stabilito in ambito specialistico.
Attribuire quella spesa al medico di famiglia, come se fosse lui a determinarla autonomamente, rischia quindi di produrre una distorsione evidente. Il professionista si troverebbe schiacciato tra due obblighi: da un lato garantire al paziente una terapia necessaria, dall’altro evitare di superare soglie di spesa che potrebbero esporlo a richiami o contestazioni.
È qui che la vicenda assume un rilievo non solo amministrativo, ma anche sanitario, etico ed umano. Perché quando il contenimento dei costi entra in modo così diretto nel rapporto tra medico e paziente, il rischio è che la cura venga percepita come un problema di bilancio prima ancora che come una necessità clinica.
La criticità maggiore riguarda i siciliani affetti da patologie croniche, o complesse, cioè proprio coloro che dipendono maggiormente da terapie costanti e spesso costose. Se il meccanismo non sarà corretto, il taglio della spesa potrebbe finire per incidere non sugli sprechi, ma sui percorsi di cura più delicati.
Il nodo, dunque, non è la necessità di controllare la spesa pubblica, ma il modo in cui questo controllo stabilito. Una verifica seria dell’appropriatezza prescrittiva non può ignorare chi decide realmente la terapia, quale margine di scelta abbia il medico di famiglia e quali conseguenze possa avere ogni ritardo o interruzione per il paziente.
La protesta dei medici nasce da qui: dal timore che un obiettivo economico venga scaricato sulla medicina territoriale senza distinguere tra prescrizioni autonome, terapie specialistiche e farmaci indispensabili. Una semplificazione che rischia di trasformare il medico in un bersaglio contabile e il malato in vittima indiretta.