Un giallo dell'anima: "Nero come il silenzio". La nuova sfida narrativa di Reina e Renda in un ritratto di fragilità, memoria e silenzi

Pubblicato il 08/07/2025

Un giallo dell'anima: "Nero come il silenzio". La nuova sfida narrativa di Reina e Renda in un ritratto di fragilità, memoria e silenzi
Il romanzo ‘Nero come il silenzio’ di Giuseppe Reina e Riccardo Renda (Algra editore, 2025) è un’immersione profonda nel silenzio che graffia la mente, un viaggio di carne e pensiero che scorre come un fischio costante nelle orecchie del Brigadiere Capo Reina. L’acufene, quel rumore ostinato che ha deciso di diventare coinquilino permanente nella sua testa, diventa metafora di un’esistenza che non trova tregua. Reina, uomo metodico fino all’ossessione, annota ogni piccolo cedimento del corpo in un “diario di guerra” che somiglia più a una radiografia dell’anima che a un semplice elenco di malanni. Questa abitudine, tanto inutile quanto necessaria, disegna un personaggio fragile, ironico, tragicamente umano, in cui riecheggiano le ombre introspettive di Sciascia e le ironie taglienti di Camilleri. Intorno a lui si anima Labadìa Etnea, un paese che vibra come un organismo antico, dove il Bar del Corso diventa teatro sacro di vizi, confessionali improvvisati e rituali quotidiani. Tra chiacchiere velenose e giudizi fulminei, ogni caffè diventa un atto di fede, un segno d’appartenenza a un mondo che si regge sull’equilibrio precario delle apparenze. Lì Reina trova un appiglio emotivo, un piccolo Fort Apache contro l’assalto del destino. Accanto a lui, la vice Sara Talarico, una donna di intelligenza rara, occhi color ambra e  sorriso malinconico, emerge come presenza silenziosa eppure luminosa, quasi un’ancora morale che ricorda le figure femminili pudiche e granitiche di Consolo. La stazione dei Carabinieri si popola di figure grottesche e vivide: il maresciallo Pappalardo, fossilizzato in un maschilismo da clava; l’Appuntato Nicotra, pronto a disseminare battute corrosive; Fugazzola, il giovane bergamasco che parla per proverbi come un oracolo contadino involontario. E Reina, in mezzo a questo microcosmo, appare sempre più solo, abitante di un mondo ridotto a una caffettiera per uno, una tavola apparecchiata in un angolo, un letto disfatto per metà. La solitudine, a tratti cercata e a tratti subita, diventa per lui una seconda pelle, un compromesso tra la libertà conquistata e il calore perduto. In questo paesaggio di silenzi e ricordi, il fantasma della figlia Danielina sfiora ogni pensiero, insinuando un desiderio di famiglia mai sopito e una nostalgia che scava ferite più profonde di qualsiasi patologia. A dare un taglio drammatico alla calma apparente del borgo è l’omicidio del Vicario, descritto con crudezza rituale: un interno devastato, impronte insanguinate sul muro, un altare profanato. Non un semplice delitto ma un rito collettivo che svela la fragilità di una comunità abituata a recitare copioni fissi. Il mare, invece, è l’unico vero confidente di Reina: un luogo dove l’acufene si scioglie nell’onda, dove la malinconia diventa canto muto. Il dialogo finale con il pescatore, figura quasi mitica, condensa una sapienza secolare che restituisce un senso al dolore. “La vita è una continua esperienza sul dolore”, dice, ricordando la filosofia asciutta dei pescatori di mare e dei contadini di Sicilia, memoria di un fatalismo che è al contempo condanna e consolazione. La scrittura di Reina e Renda è una lama affilata che scivola tra registri lirici, riflessi dialettali e ironia popolare, restituendo un impasto linguistico ricco e stratificato, capace di evocare odori, rumori, sfumature emotive. Gli autori alternano un registro alto e lirico a un linguaggio popolare, intessuto di dialetto e proverbi, costruendo un impasto stilistico che ricorda la grande tradizione del romanzo siciliano ma la reinventa con accenti nuovi. Il dettaglio iperrealistico, come le gocce di collirio, la ciabatta della suocera defunta, il barlume di salsedine negli occhi, diventa strumento di scavo psicologico. I dialoghi si trasformano in piccole pièces teatrali, spesso impregnati di aforismi e cadenze corali. La focalizzazione interna variabile, la capacità di entrare ed uscire dalle coscienze dei personaggi, conferisce alla narrazione una dimensione quasi cinematografica. ‘Nero come il silenzio’ non è solo un giallo, ma un romanzo che interroga le nostre incrinature, un ritratto della provincia dove il confine tra sacro e profano, tra pubblico e intimo, si dissolve. Un affresco amaro e tenero, che chiede al lettore di fermarsi ad ascoltare quel fischio segreto che abita ogni solitudine. Marilena La Rosa