Cacciatori trasformati in “bioregolatori”. Quando le parole servono a nascondere i fucili

Due giornate di scontro parlamentare, sedute prolungate, tensioni e ripetute difficoltà nel garantire il numero legale. Il 17 e il 18 giugno il Senato ha discusso il disegno di legge che punta a riscrivere la normativa del 1992 sulla protezione della fauna selvatica e sull’attività venatoria.

Il confronto si è svolto in un clima particolarmente acceso. Dai banchi della maggioranza non sono mancati attacchi rivolti anche alle organizzazioni ambientaliste, mentre nella giornata del 18 giugno i lavori sono stati sospesi per due volte a causa dell’assenza del numero legale.

Al centro della discussione è comparsa con insistenza una definizione apparentemente tecnica: quella del cacciatore come “bioregolatore”. Un’espressione utilizzata per attribuire all’attività venatoria una funzione quasi scientifica, necessaria alla tutela e all’equilibrio degli ecosistemi.

Ma cambiare il nome alle cose non modifica la loro sostanza.

Il controllo della fauna selvatica è una funzione pubblica, disciplinata e distinta dalla caccia. Non può essere automaticamente sovrapposto all’attività di chi pratica il prelievo venatorio. Eppure il disegno di legge procede in una direzione ben precisa: riduce le tutele di alcuni territori, amplia gli spazi nei quali si può intervenire, estende i periodi venatori e accresce il numero delle specie potenzialmente cacciabili.

Più che una strategia di gestione sostenibile, appare dunque come un aumento generalizzato della pressione esercitata sulla fauna.

Definire i cacciatori “bioregolatori” è, quindi, un’operazione linguistica studiata per cambiare la percezione pubblica di una pratica controversa.

La parola “caccia” richiama immediatamente ai fucili, spari e animali abbattuti. “Bioregolazione”, invece, evoca competenza, equilibrio, cura dell’ambiente e conoscenze scientifiche. Il cacciatore scompare e, al suo posto, viene costruita l’immagine rassicurante di una sorta di “medico” dell’ecosistema.

È il meccanismo delle cornici mentali descritto dal linguista George Lakoff: chi riesce a imporre le parole con cui viene raccontato un problema orienta anche il modo in cui quel problema sarà interpretato.

La questione dovrebbe essere posta diversamente: perché mai la gestione degli ecosistemi dovrebbe essere affidata o assimilata all’attività venatoria?

Si utilizzano parole provenienti dal lessico scientifico e ambientale per attenuare l’impatto di una riforma che rischia di allargare l’attività venatoria anche in luoghi finora sottoposti a maggiori forme di protezione.

Chiamare un cacciatore “bioregolatore” non trasforma il fucile in uno strumento scientifico.

Si può rivestire la caccia con formule tecniche, e parlare di equilibrio ambientale. Alla fine, però, resta una persona armata che spara a un animale.

Dietro questa foglia di fico lessicale emerge l’incapacità della politica di dichiarare apertamente ciò che sta facendo: ridimensionare la tutela della fauna selvatica e assecondare gli interessi del mondo venatorio, trasformando un patrimonio collettivo in terreno di scambio elettorale.

Quando sentiremo parlare di “conservazione della biodiversità attraverso il piombo”, non facciamoci  prenderci in giro dal linguaggio pseudo-scientifico.

Smascherare l’assurdità delle parole è il primo passo per impedire che quelle parole alterino la realtà e anestetizzino il pensiero critico. Noi di "Quattrocanti" ci stiamo provando!

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