Ciclone Harry, Roma boccia la legge dell’Ars e lascia imprese e territori senza ristori
28/03/2026
A pagare il prezzo più alto, ancora una volta, sono i siciliani. Mentre famiglie e attività economiche attendono risposte dopo i danni provocati dal ciclale Harry, i ristori annunciati dalla Regione finiscono impantanati nello scontro istituzionale tra Palermo e Roma. Gli aiuti restano fermi e chi ha subito perdite si ritrova senza certezze, ostaggio di un cortocircuito politico e amministrativo che mostra tutta la fragilità dei rapporti tra i due governi.
Il Consiglio dei ministri, nella tarda serata di venerdì 27 marzo, ha infatti deciso di impugnare la legge approvata dall’Assemblea regionale siciliana per fronteggiare le conseguenze del maltempo del 19, 20 e 21 gennaio 2026. Il provvedimento, varato su iniziativa del governo Schifani subito dopo la pausa natalizia, prevedeva uno stanziamento complessivo di 40,8 milioni di euro destinati ai ristori per le imprese colpite dal ciclone Harry. Eppure, nonostante l’origine politica comune tra l’esecutivo regionale e quello nazionale, il testo non ha superato il vaglio di Palazzo Chigi.
Secondo la motivazione resa nota dal governo, alcune disposizioni della legge regionale avrebbero oltrepassato i limiti delle competenze riconosciute alla Sicilia dallo Statuto speciale, entrando in conflitto con la normativa statale nei settori della previdenza sociale e della tutela della concorrenza, in violazione dell’articolo 117 della Costituzione. Una contestazione tecnica, certo, ma dagli effetti pesantemente concreti: a bloccarsi non è una norma astratta, bensì un pacchetto di misure che avrebbe dovuto offrire sollievo immediato per chi è stato messo in ginocchio dall’emergenza.
Le risorse previste erano distribuite tra diversi settori strategici: venti milioni di euro erano destinati alle attività commerciali danneggiate, cinque milioni al fondo di solidarietà per la pesca e altri cinque milioni all’agricoltura. Oltre dieci milioni, inoltre, erano stati riservati agli operatori balneari, tra i più colpiti soprattutto lungo la costa orientale dell’Isola.
Proprio su quest’ultimo fronte si concentrava una delle misure più rilevanti: la possibilità per le imprese interessate di non corrispondere, per il 2026, i canoni demaniali marittimi legati alle concessioni per finalità turistico-ricreative, attività sportive, nautica da diporto e cantieristica navale. Un intervento pensato per alleggerire il peso economico su aziende già travolte dai danni del maltempo.
Adesso, però, anche questa boccata d’ossigeno rischia di trasformarsi nell’ennesima promessa rimasta sulla carta.
La vicenda assume un valore politico difficilmente ignorabile. Che una norma voluta dal governo regionale venga fermata dall’esecutivo nazionale, pur appartenendo entrambi alla stessa area politica, racconta più di qualsiasi dichiarazione la mancanza di coordinamento tra i due livelli istituzionali. E mentre i governi litigano, imprese, lavoratori e territori colpiti continuano a fare i conti con i danni, senza ristori e senza tempi certi. In un’emergenza che avrebbe richiesto rapidità e coesione, è invece arrivata l’ennesima prova di inefficienza.
La posizione della Regione: "In merito alla decisione del Consiglio dei ministri, si chiarisce che l'impugnativa riguarda esclusivamente un aspetto tecnico legato alla disciplina del Durc (Documento unico di regolarità contributiva) e non l'impianto complessivo degli interventi varati dalla Regione per far fronte ai danni causati dagli eventi meteo di gennaio”. È la precisazione diffusa dalla Regione Siciliana dopo la scelta del governo nazionale di impugnare la legge approvata dall’Assemblea regionale siciliana per destinare risorse alle imprese danneggiate dal ciclone Harry.
Giuseppe Gargano
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