Francesca Pongiluppi, Come le lucciole, Solferino

Pubblicato il 06/10/2025

Francesca Pongiluppi, Come le lucciole, Solferino
‘Come le lucciole’ di Francesca Pongiluppi è un romanzo costruito su una doppia spirale narrativa, dove il G8 di Genova del 2001 e il Ventennio fascista si rispecchiano a distanza di anni. La domanda che attraversa entrambe le linee è netta: che cosa fa la Storia alle persone, soprattutto alle donne? Nel presente del romanzo troviamo Sonia, che apre il libro in un giorno preciso, mercoledì 11 luglio. Il clima è quello dell’attesa che precede i giorni di Genova, con i telegiornali che martellano, le partenze incerte, gli amici che scrivono, l’aria sospesa delle case. Pongiluppi non racconta in modo cronachistico, ma fa entrare il lettore nel respiro di quelle giornate. Le piazze, la Diaz, Bolzaneto, il concerto saltato o atteso, don Gallo e il suo bar Clandestino, diventano presenze laterali ma inaggirabili. I fatti si percepiscono prima che si vedano: come un rumore che avanza dal fondo. L’altra linea narrativa segue Jolanda e attraversa il fascismo, le campagne liguri, la repressione coloniale. La seguiamo da Porta Medina fino all’arruolamento nelle case di tolleranza destinate all’Africa italiana, dentro un sistema che controlla i corpi femminili mentre parla di decoro nazionale e purezza della razza. La vicenda resta asciutta, mai teatralizzata, ma appoggiata a riferimenti storici solidi: la riforma Gentile, le leggi razziali, la macchina burocratica che schedava, selezionava, spostava. A tenere insieme le due epoche c’è una casa, Ca’ Mimosa, che permette alle storie di incontrarsi senza forzature. È un luogo concreto, ma anche una soglia. Qui affiorano necrologi dell’ANPI, memorie di Resistenza, tracce di contadini come Giannetto Bruzzone, segni che non appartengono solo al passato. Mentre Sonia ascolta le notizie da Genova, le stanze conservano una memoria che la precede e che la riguarda. Le due protagoniste sono costruite in rapporto di eco. Sonia è attraversata dal dubbio, osserva, misura ciò che accade con un pensiero vigile. Jolanda subisce l’imposizione di un sistema che decide cosa debba essere il suo corpo, ma resiste reinventando ogni volta uno spazio di senso. Nessuna delle due è eroina in senso classico ed è proprio questa normalità inquieta a renderle universali. La scrittura di Pongiluppi è essenziale e precisa. Evita l’enfasi, privilegia gesti, date, oggetti minimi. I capitoli sono brevi, spesso datati, e funzionano come fenditure da cui la Storia filtra senza bisogno di dichiararsi. I fatti restano riconoscibili ma il centro è l’esperienza di chi li attraversa, non la loro rappresentazione ufficiale. ‘Come le lucciole’ non alza la voce e non costruisce slogan. Fa emergere ciò che resta quando gli eventi collettivi sono passati e hanno lasciato tracce nelle case, nei corpi, negli sguardi. Le lucciole del titolo sono le vite che brillano senza clamore, quelle che nessun regime o repressione riesce a spegnere del tutto. È un romanzo per chi cerca, nella narrativa, pensiero chiaro, aderenza storica e pietas. E per chi crede che la Storia, per essere capita, vada guardata da vicino, dove i grandi eventi toccano la pelle. Di Marilena La Rosa