Morta Zeudi Araya, l’icona erotica degli anni ‘70 che ammaliò anche Renato Guttuso

Si è spenta nella sua casa di Roma, all’età di 75 anni, l’attrice e produttrice cinematografica Zeudi Araya. Nata in Eritrea ma naturalizzata italiana, era malata da tempo.

Il suo nome, che significa letteralmente “Corona Imperiale”, ne rifletteva le origini aristocratiche, essendo figlia di un importante uomo politico e nipote di un ambasciatore etiope a Roma. La straordinaria bellezza di Araya non colpì soltanto i registi cinematografici dell’epoca, ma affascinò profondamente anche i più grandi maestri dell’arte del Novecento. Tra i ricordi più preziosi della sua vita romana c’era proprio il primo, indimenticabile incontro con il pittore bagherese Renato Guttuso, che rimase letteralmente stregato dal suo fascino. L’attrice ricordava che il maestro le si avvicinò dicendole: “Vorrei fare il suo ritratto, mi chiamo Renato Guttuso”. Questo sodalizio artistico si trasformò in una profonda frequentazione, consacrando il volto e il corpo della Araya non solo come un fenomeno erotico del grande schermo, ma come una vera e propria opera d’arte, musa della pittura neorealista italiana.

Il suo cammino nel mondo dello spettacolo era iniziato quasi per caso nei primi anni ‘70, quando un viaggio in Italia, dopo aver vinto il titolo di Miss Eritrea, la portò a essere notata grazie alla pubblicità televisiva del Caffè Tazza d’Oro nel 1972. Quel volto espressivo colpì immediatamente il regista Luigi Scattini, che l’ha scritturata per il ruolo principale nel suo film “La ragazza dalla pelle di luna” (1972). Fu la pellicola che la lanciò nell’immaginario collettivo, regalando alla storia del cinema quell’indimenticabile immagine di lei che corre nuda sulla spiaggia e rendendola il volto più noto del cinema erotico degli anni ‘70.

Se in Italia quel film ne decretò l'immediato successo, nel suo Paese d’origine l’impatto fu dirompente. L’attrice lo ricordava con un misto di ironia e affetto: “Oggi fa sorridere, è una cosa ridicola, ma certo lo scandalo nel mio Paese fu enorme. Mio padre, che era governatore della provincia, uomo noto, comprò tutti i mille biglietti del cinema costruito dal fascismo in cui si dava il mio film. Vennero i contadini dai villaggi, organizzarono proiezioni a Decamerè, la città in cui sono nata. Naturalmente non c’era alcuna cultura cinematografica. Gli amici di papà lo andarono a trovare: "Poveretto, come ti compiangiamo, chissà la vergogna che stai provando"”.

A quel folgorante esordio seguirono altri celebri film erotici e drammatici firmati sempre da Scattini, come “La ragazza fuoristrada”(1973), una pellicola che affrontò anche temi legati al razzismo e all’integrazione nell’Italia dell'epoca, “Il corpo” (1974), un thriller ad alta tensione che ne confermò le doti recitative oltre alla straordinaria presenza scenica, “La Peccatrice” (1975), un dramma ambientato in Sicilia e diretto dal regista Pier Ludovico Pavoni.

Zeudi Araya ha sempre mantenuto un rapporto fiero e privo di rimpianti con il genere cinematografico che la rese celebre. Ha sempre vissuto quei ruoli come un manifesto di emancipazione. In diverse interviste aveva spiegato che il cinema che faceva lei era sensualità, mistero e celebrazione della bellezza.  Anche sul tema del nudo e della percezione del proprio corpo, l’attrice aveva le idee chiarissime: “Mostrare il corpo non mi ha mai spaventata perché per me il nudo era sinonimo di purezza e di libertà, non di peccato. Ho sempre preteso rispetto sul set e l’ho ottenuto. Quel cinema raccontava il desiderio con una poesia che oggi è andata perduta”.

La cultura erotica degli anni ‘70 ha rappresentato uno snodo culturale fondamentale. Quel decennio ha scardinato e liberato la società da secolari pregiudizi legati all’uso e alla percezione del corpo, storicamente imposti da una morale cattolica rigida e pervasiva. Per generazioni, quella morale aveva preteso di esercitare il proprio controllo fin dentro le stanze da letto, colpevolizzando il piacere. Il cinema di quella stagione, di cui Zeudi Araya è stata magnifica interprete, ha rivendicato la sacralità laica della carne e invitato a una riflessione profonda sull’erotismo inteso come fenomeno estetico universale, come veicolo privilegiato per indagare l’animo umano.

Vincenzo Tumminello