L’ordinanza sperimentale firmata dal sindaco Roberto Lagalla, destinata a disciplinare le attività degli artisti di strada a Palermo fino al 30 aprile 2027, genera una necessaria riflessione sul rapporto tra normativa e creatività artistica.
Il provvedimento amministrativo nasce dal dichiarato intento di coniugare la valorizzazione dell’arte di strada con la tutela della quiete pubblica, della sicurezza e delle attività commerciali, introducendo un sistema di sanzioni amministrative che variano da 100 a 500 euro, fino ad arrivare al sequestro cautelare delle attrezzature in caso di reiterazione. Questa griglia di regole vieta l’uso di amplificatori in aree di pregio storico come piazza Bellini, piazza Pretoria, piazza Bologni, piazza Verdi, piazza Vittorio Emanuele Orlando, piazza Marina e sotto i portici, imponendo nel resto del territorio il rispetto di rigidi limiti acustici. Oltre a proibire l’impiego di animali, palchi, allacciamenti elettrici e il coinvolgimento di minori, l’ordinanza stabilisce un limite di sessanta minuti consecutivi nella stessa postazione, obbligando l’artista a una pausa di trenta minuti o a uno spostamento di almeno centocinquanta metri. Si vietano inoltre le esibizioni vicino a scuole, ospedali e luoghi di culto.
Nonostante l’amministrazione difenda la natura flessibile e aperta di questa sperimentazione, emerge l’impossibilità ontologica e strutturale di normare ciò che per definizione rifiuta il controllo: l’arte di strada esiste solo in virtù della sua totale emancipazione dai vincoli istituzionali, è un’azione di pura responsabilità e auto-regolamentazione.
Questa millenaria forma d’espressione, che affonda le radici nei saltimbanchi e nei cantastorie, non è un’attività commerciale da catalogare, bensì un atto artistico che ridefinisce e trasforma lo spazio pubblico attraverso la meraviglia, le emozioni, il coinvolgimento e l’imprevisto.
L’illusione di poter cronometrare l’ispirazione a intervalli di un’ora o di misurarla in metri di distanza contrasta con la memoria storica di un’arte che ha affascinato e ispirato i più grandi osservatori della condizione umana. Basti pensare a come Edgar Degas o Henri de Toulouse-Lautrec abbiano immortalato la vibrante libertà dei performer urbani, dei clown e dei musicisti, catturandone la dignità e la fiera indipendenza rispetto alle regole della società borghese. Nelle rappresentazioni dei saltimbanchi di Pablo Picasso, l’artista di strada viene celebrato come il custode di una verità antropologica profonda, una figura che vive ai margini delle convenzioni per poterne mostrare il lato più autentico. Tentare di imprigionare questa linfa vitale in un protocollo, pur con le migliori intenzioni, rischia di inaridire proprio quella vocazione culturale che la città dichiara di voler difendere, poiché l’arte di strada, nel momento in cui viene sottomessa al controllo burocratico, cessa semplicemente di essere tale.
Vincenzo Tumminello