Na scinnuta du Sabbaturi di Graziella Tomarchio è una raccolta che si offre al lettore come un ritorno consapevole ai luoghi dell’infanzia e alle radici affettive che ne hanno custodito la crescita. Le pagine si aprono su un universo domestico che vibra di memoria, una memoria mai immobile, mai cristallizzata in un rimpianto sterile. È una memoria attraversata dall’ironia, che ne alleggerisce il peso e la rende viva, pulsante, capace di parlare al presente. I racconti toccano corde profonde soprattutto in chi ha conosciuto atmosfere simili, chi ha abitato strade, cortili, case in cui la semplicità era misura quotidiana dell’esistenza. Vi si intrecciano risate e dolori, tenerezze e piccole ferite della vita comune. L’infanzia dell’autrice emerge come un tempo povero di beni materiali e ricchissimo di affetto e calore. Non vi è compiacimento ma gratitudine. Non vi è celebrazione enfatica, ma uno sguardo limpido che riconosce nella sobrietà di quei giorni la sorgente di una forza duratura.

Il filo conduttore è l’amore che lega i personaggi, amore concreto, fatto di gesti, di presenze, di parole dette e non dette. I genitori occupano un posto centrale. Il loro legame saldo ha reso possibile che una famiglia numerosa trovasse sempre dentro casa la propria unità e la propria protezione. Accanto a loro, la nonna seduta davanti alla finestra, mentre accoglie gli ultimi raggi del sole, diventa un’immagine di struggente dolcezza.
Fra le presenze più commoventi si impone Camillo, il fratello dolcissimo, affidato a una lettera alla madre che vibra di autenticità. Attorno a queste figure si dispiega una costellazione di personaggi tratteggiati con affetto e insieme con un’ironia sottile, talvolta vivace. Il parroco, le figure del quartiere, le presenze familiari che affollano la “scinnuta” compongono un teatro umano in cui ciascuno conserva la propria singolarità. L’ironia non incrina l’amore, ma lo accompagna. È uno sguardo partecipe che sa sorridere delle fragilità, delle manie, delle piccole esagerazioni e proprio così restituisce verità ai volti evocati.
La “scinnuta du Sabbaturi” si configura come un microcosmo sospeso in un tempo che non è soltanto passato ma interiorizzato. I matrimoni celebrati in casa, le feste condivise, le passeggiate alla villa, gli amici e i parenti che riempiono le stanze di voci e profumi delineano un mondo che si osserva con nostalgia e con una vena malinconica. Tuttavia quella malinconia è intrisa da un amore che non paralizza, non crea chiusure ma diventa energia che sostiene, memoria che alimenta il presente.
Anche la città di Acireale emerge con forza. Non è semplice scenario, ma presenza viva, spazio identitario che custodisce affetti e ricordi. I luoghi cari al cuore dell’autrice si caricano di valore simbolico e diventano parte integrante della narrazione. Il libro si trasforma così in un dono alla città, una forma di riconoscenza che assume i contorni di un monumento intimo alla memoria collettiva.
Particolarmente significativa è la scelta linguistica. La scrittura della Tomarchio si nutre di un impasto in cui l’italiano della narrazione si lascia attraversare da un intercalare siciliano immediato e spontaneo. Il dialetto affiora con naturalezza, quasi fosse la lingua primaria dell’emozione. Non vi è artificio, ma una fedeltà alla propria voce. Questo intreccio produce una tonalità quotidiana, concreta, capace di restituire la temperatura affettiva dei rapporti. L’uso del siciliano non è decorativo ma radicante. Ancorando la parola al territorio, rende la memoria più autentica e più vicina.
Graziella Tomarchio consegna al lettore una storia personale che diventa esempio condivisibile. La sua narrazione non indulge nel rimpianto ma indica una via e mostra come la semplicità degli affetti, la forza silenziosa di una famiglia unita e la leggerezza dell’ironia possano costituire un patrimonio interiore da custodire. In questo equilibrio fra sorriso e nostalgia, fra tenerezza e consapevolezza del dolore, si riconosce la cifra più alta della raccolta ed è lì che la memoria smette di essere soltanto ricordo e si fa forza per continuare a camminare.
Marilena La Rosa